Pietro Occhiuto

Pietro Occhiuto

giovedì 17 ottobre 2013

Squilibri di stabilità - La manovra del Governo letta

Una cosa è certa: il governo ha smentito le promesse e gli annunci fatti in questi mesi. Ci troviamo con una legge di stabilità che non affronta il tema della equità. Chi in questa lunga crisi ha pagato tanto non viene per nulla ristorato. Per i lavoratori infatti le cifre sono assolutamente insufficienti. Chi invece in questi anni si è arricchito (la crisi ha aumentato le differenze) continua a non essere toccato. Non c'è nulla sulla lotta all'evasione fiscale, nulla sul rilancio dell'economia e nulla sul rilancio della domanda. Si continua a massacrare il lavoro pubblico.
La tesi di Enrico Letta,secondo la quale la legge di stabilità - visto che non piace ne a Confindustria ne ai Sindacati - è equilibrata, non mi convince affatto. Io la penso diversamente e cioè: visto che non piace alle parti sociali allora è squilibrata. Perché in questi lunghi anni di crisi il lavoro, soprattutto i lavoratori, ha pagato più di tutti. Il peso della crisi è stato quasi esclusivamente sulle spalle dei lavoratori. E' ora di cambiare. Cambiare la legge di stabilità.

martedì 10 settembre 2013

Il Giaguaro in gabbia

La Giunta per le Elezioni del Senato si è riunita ieri alle 15 per decidere in merito alla decadenza di Silvio Berlusconi dopo la condanna definitiva subita al processo Mediaset. Il relatore sul caso, il senatore del Pdl Andrea Augello, ha presentato tre pregiudiziali per ottenere il rinvio dell’esame chiedendo il rinvio pregiudiziale di tipo interpretativo alla Corte di giustizia della Ue di Lussemburgo, la verifica dell’ammissibilità di un ricorso alla Corte Costituzionale ed infine Augello ha indicato 10 profili sui quali si intende sollevare l’eccezione di costituzionalità.
C'è quindi da parte del relatore la richiesta di un ulteriore intervento della magistratura internazionale, al di là della Corte europea per i Diritti Umani adita dai legali di Berlusconi, per verificare l’eventuale violazione dei principi comunitari compiuta dalla legge Severino. Un esame che si sommerebbe, se la proposta del senatore del Popolo della Libertà fosse accolta, alla verifica di fronte alla Consulta.
Ma la proposta di Augello con molta probabilità non passerà. Proprio stasera la Giunta dovrebbe votare contro le pregiudiziali presentate dal relatore e quindi andare avanti verso la decadenza di Berlusconi.
Nelle stesse ore, mentre la Giunta si riuniva, a Milano la Corte d'appello del Tribunale ha fissato per il 19 ottobre il processo d’appello bis con il quale verrà ricalcolata la misura interdittiva a carico di Silvio Berlusconi nella vicenda Mediaset. Il 31 luglio scorso, la Corte di Cassazione aveva condannato Berlusconi a 5 anni di carcere per frode fiscale e a 4 anni di interdizione dai pubblici uffici. La Suprema Corte aveva però ordinato un nuovo processo d’appello per rideterminare la pena accessoria non più in 5 anni ma tra 1 e 3 anni. Ed il nuovo appello dovrebbe durare una sola udienza.
Quindi la Giunta per le Elezioni e l'immunità del Senato non fa sconti al Cavaliere ed in ogni caso il Tribunale di Milano, tra poco più di un mese, deciderà in merito all'interdizione dai pubblici uffici.
Per la prima volta (forse) il Giaguaro è in gabbia.

lunedì 2 settembre 2013

Ma con quale faccia? Berlusconi firma i referendum che vogliono abrogare le sue leggi.

Tempo fa il Vernacoliere, mensile di satira ed umorismo livornese, riferendosi ai politici della prima repubblica titolava: "C'hanno la faccia come il c.....". Bene questa colorita espressione si può tranquillamente attagliare anche ad alcuni dei nostri contemporanei eroi.
Un esempio. Berlusconi l'altro ieri ha firmato, con tanto di telecamere al seguito, tutti i referendum proposti dai radicali per abrogare varie leggi. A lui si sa interessa solo la giustizia. Ma non quella giustizia che deve funzionare per tutti, intesa come servizio al cittadino. A lui interessa mettere le mani al collo della giustizia e visto che non ce riuscito da premier cerca di utilizzare i referendum proposti dai radicali che per una "giustizia più giusta" propongono la separazione delle carriere e la responsabilità civile dei magistrati. Argomenti che sono stati sempre a cuore al Cavaliere.
Ma l'impeto della firma ha portato Berlusconi a firmare tutti e dodici i referendum anche quelli che vorrebbero abrogare le leggi sulle tossicodipendenze (legge Fini Giovanardi), legalizzando le droghe leggere, ed anche la legge sull'immigrazione (la Bossi Fini) dove si vuole abrogare il reato sulla clandestinità.
E' proprio vero, più ci si avvicina la votazione per la possibile decadenza da senatore è più i gesti del Cav sono inconsulti. Il salvacondotto giudiziario vale qualunque cosa.

venerdì 30 agosto 2013

I nuovi Senatori a vita sono una scelta alta e di valore

Stamattina il “Corriere della Sera” aveva avanzato l'ipotesi di trovarci come nuovo senatore a vita Gianni Letta. La notizia (fortunatamente) è risultata priva di ogni fondamento. 
Nuovi senatori a vita sono invece stati nominati quattro straordinarie ed indiscusse personalità della cultura e della scienza: il musicista Claudio Abbado, la ricercatrice Elena Cattaneo, l’architetto Renzo Piano e il fisico Carlo Rubbia. E' senza ombra di dubbio una scelta di valore, una scelta alta che onora l'Italia.
Una scelta che è stata apprezzata da tutti. Anzi no. Da quasi tutti. Il Pdl non ci sta. Dicono che l'unico che doveva essere nominato era  Silvio Berlusconi. 
Ma si sa loro in testa non hanno l'Italia, loro in testa hanno solo lui.

giovedì 29 agosto 2013

Cancellata l'Imu, aumenta l'iniquità per accontentare Berlusconi

Ad una cosa il Pd non riesce a resistere, al fatto di accontentare Berlusconi. A questo proprio il Partito democratico non riesce proprio a farne a meno.
Ieri il Governo ha tolto l'Imu e, proprio come voleva Berlusconi, l'ha tolta a tutti. Anche a coloro che sono proprietari di regge e castelli. In compenso, dal 2014, verrà introdotta la Service Tax. Una tassa che i Comuni potranno modulare a piacimento e che chiaramente faranno pagare a tutti, soprattutto a chi avrà necessità di usufruire dei servizi comunali.
E qui sta il punto: con la cancellazione dell'Imu e l'introduzione della Service Tax il governo compie un ulteriore iniquità spostando (ancora una volta) il peso dell'imposizione fiscale sulle fasce più bisognose. Ci dica Letta chi sono coloro che avranno più necessità di servizi sociali di un Comune? Non certamente i benestanti. Ed anche in questo Berlusconi ringrazia. 

giovedì 18 luglio 2013

A loro insaputa (di Letta ed Alfano), Napolitano lancia il presidenzialismo

Letta ed Alfano sicuramente non se ne saranno accorti, come spesso accade di ciò che avviene sul suolo italiano, ma Napolitano, con il suo intervento fatto durante l'incontro con l'Associazione Stampa Parlamentare alla cerimonia del Ventaglio, ha dato il via al Presidenzialismo.
Solo così si possono leggere le parole dette da Napolitano: "Non ci si avventuri a creare vuoti, staccare spina, per il rifiuto di prendere atto di ciò che la realtà politica post elettorale ha reso obbligato e per una ingiustificabile sottovalutazione delle conseguenze cui si esporrebbe il Paese".
Il Colle blinda di fatto il Governo Letta-Alfano e dice che qualunque discussione ci possa essere fra le forze politiche dell'arco parlamentare per verificare la possibilità di un governo alternativo a quello delle larghe intese, non può contare sull'appoggio del Quirinale. Quello non sarebbe il suo governo, il suo governo resta solo quello delle larghe intese.
Siamo appunto al Presidenzialismo.
Ed inoltre il Presidente della Repubblica interviene a gamba tesa sulla discussione democratica in atto nel Pd. Le parole nette di Napolitano sulle possibili conseguenze di un'eventuale sfiducia di Alfano sulla vita del Governo, hanno immediatamente spento quella discussione che si stava accendendo nel Pd su come votare la mozione di sfiducia presentata al Senato da Sel e M5S.
Napolitano commissaria di fatto la dialettica interna al Pd e spinge gli stessi democratici verso un sempre più stretto abbraccio con il Pdl.
C'è da chiedersi se tutto ciò possa essere un bene per l'Italia.

Il Pd fa l'ennesimo autogol ed ingoia pure Alfano

Alla fine sembra che la ragion di stato prevalga. Il Pd non voterà la sfiducia ad Alfano, spera (neanche tanto sommessamente) che sia lui stesso a togliere il disturbo ma se questi non lo dovesse fare è pronto ad ingoiare anche questo ennesimo rospo.
Epifani qualche giorno fa, dopo la vicenda della sospensione dei lavori parlamentari voluta dal Pdl, aveva detto "Basta autogol". Ma il Pd è il Pd. Anche Niccolai, storico difensore "autogollista" del Cagliari, diceva basta autogol. Ma dopo qualche partita ci ricascava.
E come Niccolai anche il Pd ci ricasca. Se dovesse difendere Alfano, come vuol fare Letta che vede in una eventuale caduta di Alfano la conseguente caduta del suo governo, si renderà corresponsabile di una delle vergogne internazionali più eclatanti fatte dal nostro Paese. Se invece dovesse sfiduciare Alfano, farà appunto cadere un governo e con esso il progetto di restaurazione tanto voluto da Napolitano e sostenuto da una parte del Pd.
Come al solito il Pd si è ficcato in un cul de sac. Nel suo solito cul de sac.

mercoledì 17 luglio 2013

La favola di Alfano alla quale il Pd non deve credere

Alla fine nessuno sapeva niente. "A mia insaputa", dice il Ministro dell'Interno Angelino Alfano alle Camere in merito al rimpatrio della moglie e della figlia del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov. Non sapeva niente Alfano. Non sapeva niente il Presidente del Consiglio Enrico Letta e niente di niente alcun ministro del governo. Ad essere responsabili di tutto sono quei funzionari di polizia che si sono lasciati "ingannare" dalla diplomazia kazaka.
E' questa la favola che ieri il vicepremier nonché Ministro dell'Interno ha raccontato alle Camere ed alla quale la maggioranza di governo fa fatica a voler credere.
Ieri a difendere Alfano c'era soltanto il Pdl. Il Pd ha invece mostrato un forte disagio a credere alle parole del Vicepremier anche se nessuno tra i democratici gli è andato contro. Ed è proprio questo il punto: prevarrà per l'ennesima volta la ragion di Stato oppure no? Il Pd crederà anche a questa favola?
Una favola smentita dal capo di gabinetto dello stesso Alfano, Giuseppe Procaccini, dimessosi proprio ieri dal suo incarico, il quale ha immediatamente detto che di tutto ciò che stava accadendo aveva avvisato il Ministro Alfano.
Secondo Alfano però, di tutto ciò che stava accadendo sul suolo italiano nessuno, del nostro Governo, sapeva niente. Paradossalmente invece sapeva tutto il Governo del Kazakistan che è riuscito a sequestrare e rimpatriare in Kazakistan la moglie di Ablyazov, Alma Shalabayeva, e la figlia di 6 anni.
E quindi a pagare non è il piano politico, ma il piano operativo: cadono le teste del prefetto Giuseppe Procaccini e del capo segreteria del dipartimento Alessandro Valeri.
Ecco la foglia di fico dietro la quale si vogliono coprire le vergogne alle quali Alfano ha sottoposto l'Italia, di una vergogna che invece è sempre più politica.
Le dichiarazioni del Ministro dell'Interno sono un tentativo, sempre più patetico, di come la politica vuole sfuggire dalle proprie responsabilità e questo rende ancora più vergognoso agli occhi del mondo l'atteggiamento del nostro Paese per quanto è avvenuto.
Se il Parlamento, per la solita ragion di Stato, dovesse accettare la tesi proposta da Alfano si renderebbe corresponsabile del dittatore kazako e delle sue pratiche inaccettabili.
Alfano deve dimettersi e se non lo dovesse fare autonomamente tocca al Parlamento dimissionare il Ministro dell'Interno e se questo dovesse portare alla caduta del Governo Letta gli italiani se ne faranno una ragione.

giovedì 11 luglio 2013

Epifani e la corda del Pd

"La richiesta di sospendere i lavori del Parlamento per tre giorni, a seguito delle decisioni della Corte di Cassazione, costituisce un atto irresponsabile e inaccettabile, che finisce per legare campi che vanno rigorosamente tenuti distinti, quello giudiziario e quello parlamentare. Il Pd non si è prestato ne si presterà mai ad una logica di questo segno Senato. Tutto questo rende ancora una volta esplicito il problema di fondo di questi mesi: la vicenda giudiziaria di Silvio Berlusconi e il rapporto d'azione di Governo e di Parlamento. Questo nodo deve essere sciolto solo tenendo distinte le due sfere, perché se no, a furia di tirare, la corda si può spezzare, con una scelta di irresponsabilità verso la condizione del Paese e la sua crisi drammatica". Sono queste le parole che ha usato il Segretario del Pd Guglielmo Epifani per cercare di tenere assieme, in maniera disperata i pezzi di un partito che, per l'ennesima volta, è andato in frantumi dopo l'ennesimo ricatto messo in campo dal Pdl.
Epifani intima al Pdl di non tirare troppo la corda perchè questa potrebbe spezzarsi. Sa benissimo però Epifani che quell'avvertimento può tranquillamente essere rivolto al suo stesso partito, nei confronti dei suoi elettori. "Caro Pd - dovrebbe dire Epifani - non tirare troppo la corda altrimenti i tuoi elettori se ne vanno".
E la corda il Partito democratico, da dopo le elezioni di febbraio, l'ha tirata più e più volte arrivando sempre al punto di rottura. La decisione di ieri di acconsentire alla sospensione dei lavori del Parlamento voluta dal Pdl per protestare contro la decisione della Cassazione di giudicare Silvio Berlusconi il prossimo 30 luglio in merito al processo Mediaset, rappresenta il culmine di quel tirare la corda da parte del Pd nei confronti del suo elettorato.
Perchè il punto non è se sospendere i lavori parlamentari per uno o tre giorni, il punto è squisitamente politico e cioè avallare forme di eversione istituzionale in nome del Governo delle larghe intese. Per dirla con una battuta circolata ieri in Parlamento tra gli scranni del Pd: "Ogniqualvolta Silvio si sveglia storto, siamo costretti a corrergli dietro". E se così fosse, fin dove si arriverà? Vedremo il Pd occupare il Tribunale di Milano assieme al Pdl?
Una cosa risulta sempre più vera, reale, incontrovertibile: la scelta fatta e voluta da Napolitano del Governo delle larghe intese è un grosso errore politico.

sabato 6 luglio 2013

Un nuovo orizzonte per Reggio Calabria

Tornare a Reggio Calabria e trovarla rassegnata al suo declino.questa è la sensazione che si ha nel visitare questa straordinaria città.
Una città dove la cattiva politica degli ultimi anni ha lasciato segni indelebili di un forte degrado civico.
L'orologio della storia per Reggio sembra essersi fermato all'epoca di Italo Falcomatà, compianto sindaco di Reggio, l'ultimo che ha cercato di dare una vocazione alla città dello Stretto partendo dalla lotta alla illegalità e mettendo al centro il senso civico.
Tutto ciò si è smarrito negli ulti anni: le giunte Scopelliti ed Arena e l'avvento recente dei Commissari hanno sancito il degrado di Reggio.
Ma c'è qualcuno che a questo degrado non si rassegna. Oggi nasce Orizzonti Mediterranei, un laboratorio politico dove donne ed uomini di Reggio, soprattutto ragazze e ragazzi, cercano di riprendere quel percorso interrotto con la prematura morte di Falcomatà.
Tra qualche mese a Reggio si andrà all'elezione del nuovo Sindaco e del nuovo Consiglio Comunale dopo che il precedente era stato sciolto per mafia, Reggio saprà raccogliere la sfida lanciata da Messina. Dall'altra parte dello Stretto nelle scorse settimane è stato eletto Sindaco Renato Accorinti, pacifista ed uomo fuori dalle regole della politica. Reggio cosa farà?
Orizzonti mediterranei ha l'obiettivo di dare a Reggio Calabria una vocazione che consenta tra l'altro ai figli di questa straordinaria terra di avere prospettive ed opportunità.

martedì 25 giugno 2013

Il Governo Letta e' il governo del rinvio

Il Governo Letta appare sempre più come un quadro di Picasso, uno di quei quadri del periodo cubista dove l'immagine si frantuma in tanti pezzi. Di un viso o di un volto, nei quadri del maestro spagnolo, ci sono tutti gli elementi: gli occhi, il naso, la bocca ma senza che il volto si delinei perfettamente.
Il Governo Letta ha tutti gli elementi di un Governo, Ministri, Vice ministri, Sottosegretari, ma dire che questo governo sia riconoscibile come tale è davvero difficile.
Non ha un'anima, privo di un'impronta politica, con dei partiti che sono al tempo stesso maggioranza ed opposizione di loro stessi, il Governo fatica a prendere decisioni che possano realmente cambiare le sorti del Paese. Ed in queste condizioni l'unica cosa che riesce a fare è quella di passare da un rinvio all'altro.
L'Imu? Rinviata! L'Iva? Da rinviare! Fino ad arrivare all'ultimo possibile rinvio che è quello dell'acquisto degli F35. Più che un governo di servizio, quello Letta sembra sempre più un governo del rinvio.
Avevano detto di fare le cose che avrebbero potuto mettere d'accordo i due maggiori partiti della strana maggioranza, Pd e Pdl, più si va avanti e più ci si accorge che (com'era prevedibile) le cose che accomunano Letta ed Alfano sono poche, anzi nulle. Quindi non si discute di diritti civili, non si discute di Ius soli, si accantona perchè non condiviso la questione dei diritti per le coppie di fatto, non si attua una riforma delle politiche abitative, niente riforma fiscale, nessuna modifica sulla legge elettorale, riforma della giustizia bloccata, politiche per il rilancio dell'occupazione e della ripresa dell'economia ferme al palo.
E visto che non si riesce a fare nulla di tutto ciò l'unica scelta che si fa è spostare il problema più in la. Si rinvia, l'Imu, l'Iva e gli F35. Ed intanto uno dei maggiori referenti di questo governo, Silvio Berlusconi, viene condannato a sette anni per uno dei peggiori reati quello della prostituzione minorile.
Il Pd sarà ancora alleato del Caimano oppure pensa che sia giunto il momento di fare un governo diverso e di cambiamento reale?

lunedì 24 giugno 2013

Adesso Berlusconi lasci il campo della politica

Silvio Berlusconi è stato condannato a 7 anni di reclusione per concussione, costrizione e per prostituzione minorile. Una condanna che si accompagna con l'interdizione perpetua dai pubblici uffici all'interdizione legale. Con questa sentenza i giudici della quarta sezione penale del Tribunale di Milano hanno perfino superato la richiesta dell'accusa che aveva chiesto 6 anni di reclusione.
Una sentenza pesante, durissima per un reato altrettanto pesante e durissimo. E mentre nel Pdl si fanno largo i falchi, quegli stessi che occuparono le aule del Tribunale di Milano, che urlano contro la magistratura a difesa del Capo condannato serve capire invece che è giunto il momento di chiudere il conflitto più che ventennale tra politica e giustizia. L'unica pacificazione possibile deve essere appunto questa non quella che vede il paese diviso tra berlusconiani ed anti berlusconiani. Politica e giustizia devono riprendere a dialogare per il bene del Paese, per rendere la giustizia un diritto esigibile per tutti i cittadini. Per far questo occorre che la politica, tutta, quella di destra come quella di sinistra, non veda la giustizia come un nemico da sconfiggere o come un corpo estraneo allo Stato. Da quello Stato che invece ha sentenziato di essere incompatibile con l'imputato Berlusconi. 
A questo punto, per favorire tutto ciò, occorrerebbe che Berlusconi abbandonasse la vita pubblica, lo facesse come un gesto di decoro.
E poi questa sentenza parla (anzi, urla) anche a Napolitano ed al Partito Democratico, sono ancora giustificate le larghe intese?

sabato 15 giugno 2013

Lavoro: deve cambiare la politica economica europea

"Non abbiamo più tempo, bisogna agire subito", lo ha detto il premier Enrico Letta, aprendo i lavori del vertice a quattro dei ministri del Lavoro e delle Finanze di Francia, Germania, Spagna e Italia che si  sta svolgendo a Roma sui temi dell'occupazione. Un vertice importante che deve servire ad individuare quelle politiche giuste per affrontare la lotta alla disoccupazione in Europa, soprattutto quella giovanile, e di come la stessa Europa deve rispondere alla crisi modificando il modo di come vengono utilizzate le risorse europee.
E sta proprio questo il punto al quale viene chiamata l'Europa, il cambio della sua politica economica. Fino ad oggi le risorse sono state sempre finalizzate per realizzare gli obiettivi del fiscal compact. Cambiare il senso dell'utilizzo delle risorse ed indirizzarle verso l'avvio della crescita è un'idea importante, positiva.
Serve cambiare il controsenso che ha dominato in questi ultimi anni in Europa dove si diceva, a parole, che bisognava rilanciare gli investimenti mentre, nei fatti, quegli investimenti venivano tagliati.
Chiedere che la Banca europea degli Investimenti (Bei) debba essere coinvolta nel contrasto alla disoccupazione, in particolare giovanile, attraverso un sostegno alle Piccole e medie imprese mirato alle assunzioni è diventato indispensabile.
Occorre che a livello europeo, livello sempre più centrale per la risoluzione della crisi, si cerchino le risorse per il rilancio degli investimenti dei consumi, puntando in sostanza al rilancio della domanda creando nuovi posti di lavoro. Quindi è indispensabile che siano insieme i ministri del lavoro e i ministri delle finanze ad individuare le chiavi giuste per far uscire l'Europa da questa drammatica crisi lontana dall'essersi esaurita. Senza una svolta nella politica economica europea si perderanno ancora posti di lavoro, si chiuderanno ancora delle imprese.
E quindi al centro di questa svolta, di queste politiche, ci deve essere il tema del lavoro.

martedì 11 giugno 2013

Avanti a sinistra, dai ballottaggi la prospettiva per il Paese

Centrosinistra avanti in tutta Italia alle elezioni amministrative. Da Roma a Treviso, da Brescia a Barletta ed anche i primi dati che provengono dalla Sicilia ci parlano di un’ampia vittoria dei candidati sostenuti da quella che alle ultime elezioni politiche era la coalizione Italia Bene Comune.
Lo straordinario risultato di Marino a Roma, la caduta di roccaforti di centrodestra come Treviso, Viterbo e Brescia, la possibile vittoria già al primo turno in diverse città della Sicilia di sindaci progressisti fa emergere in maniera forte e dirompente, mai come questa volta, quella domanda di cambiamento, di svolta sociale e civile che è rivolta solo ed esclusivamente al centrosinistra e chi come il premier Letta afferma che questo voto rafforza le larghe intese sembra aver visto un altro film. Anzi, tutt'altro.
Il governo Letta non può essere rassicurato da un voto che segnala il crollo senza precedenti della destra che si è dimostrata incapace di esprimere una proposta una al di fuori dalla persona di Silvio Berlusconi. Il Pdl vede indebolita ineluttabilmente la sua capacita’ di rappresentanza. E poi il governo Letta non può essere tranquillo perchè il successo più eclatante e simbolico di questa tornata elettorale è dato dall'ascesa in Campidoglio di Ignazio Marino, un uomo Pd contrario alle larghe intese.
L'unica cosa di cui si può giovare Enrico Letta è il fatto che la cocente sconfitta del centrodestra dovrebbe portare Berlusconi a non minacciare più la caduta del governo.
Ma la domanda di cambiamento fatta da chi è andato a votare ed il disagio forte manifestato dai tantissimi  che si sono rifiutati di votare è la sconfitta del governo di larghe intese.
Alla sinistra tocca riuscire a raccogliere quella domanda di cambiamento e quel disagio. Chi parla di pacificazione nazionale ha invece l'obiettivo di sterilizzare e stappare quella speranza di voltar pagina.

venerdì 7 giugno 2013

Ma quale ombrello, il Sindaco di Terni colpito da un manganello. Ecco il video.

Altro che ombrello, a quanto pare è stato davvero un manganello. Un nuovo video trasmesso nell'edizione di giovedì sera del Tg3 regionale dell'Umbria sembrerebbe scagionare l'operaio narnese accusato di aver ferito con un'ombrellata il sindaco di Terni Leopoldo Di Girolamo nel corso della manifestazione dei lavoratori dell'Ast di mercoledì.
Le immagini offrono una prospettiva diversa rispetto a quella del filmato diffuso dalle forze dell'ordine nella serata di mercoledì: l'ombrello brandito dall'operaio è effettivamente molto distante da Di Girolamo.




Caso Cucchi, una ferita aperta che lo Stato deve rimarginare

La sentenza della Corte d'Assise di Roma non fa giustizia di quanto è accaduto al povero Stefano Cucchi. non individua le responsabilità e lascia ancora viva la ricerca della verità. Quella sentenza rappresenta solo l'ultima tappa di una terribile serie di accadimenti che dovrebbe richiamare tutti all'esigenza di una riflessione seria e rigorosa mirata a sanare una ferita sempre più aperta.
E si quella di Stefano è una ferita non chiusa dalla quale sgorga continuamente sangue e deve costituire un impegno di chi fa politica ed anche di chi amministra la giustizia. Infatti i temi che devono essere affrontati sono quelli dei diritti della persona e di una giustizia della verità.
Quello che è accaduto al Tribunale di Roma impone alla politica che questi temi vengano affrontati con estrema urgenza.
Stefano Cucchi era un ragazzo che aveva avuto seri problemi di tossicodipendenza e per questo aveva anche affrontato dei percorsi di cura presso strutture specializzate. Un primo elemento di quella riflessione riguarda questo: Stefano aveva bisogno di assistenza e non di carcere. Aver rinchiuso Stefano in carcere ha significato condannarlo all'isolamento e all'abbandono. E poi alle percosse ed alla morte.
A Stefano però quel bisogno di assistenza gli è stato negato dalla legge. Dalla legge del suo stesso Stato.
Nel 2008-2009, infatti, sono cominciati i tagli indiscriminati e generalizzati alle strutture di assistenza per i tossicodipendenti; contemporaneamente entrava in vigore la legge Fini-Giovanardi (si, quello stesso Giovanardi che oggi esulta per la sentenza della Corte d'Assise di Roma) che ha facilitato le misure penali anche per i detentori di piccole quantità di sostanze stupefacenti. E' in quello stesso periodo che  Stefano Cucchi entra in carcere, dove non sarebbe mai dovuto entrare e dove invece ha trovato la morte.
Ecco dove deve intervenire la politica, sul versante dei diritti alla persona, adoperandosi per la cancellazione della normativa che porta all'applicazione di insensate misure penali nei confronti dei soggetti tossicodipendenti e favorendo, con stanziamento di risorse adeguate, percorsi di recupero e di assistenza.
E poi c'è la giustizia che ha l'obbligo di fare verità. Chi ha commesso quegli abusi gravissimi su Stefano Cucchi? Chi lo ha ridotto in quelle condizioni? La giustizia ha il dovere di dirci chi sono i responsabili di quegli efferati eventi e dare loro sanzioni adeguate. La Corte d'Assise di Roma non ha fatto giustizia, ha preferito voltarsi dall'altro lato per non vedere cos'è accaduto a Stefano.
Tutto ciò lo si deve anche ad Ilaria Cucchi ed alla sua famiglia, affinchè la loro battaglia non sia una battaglia inutile.

giovedì 6 giugno 2013

Quei manganelli sui lavoratori puzzano di vecchio

Quello che è accaduto a Terni ha davvero un puzzo di vecchio di antico: gli operai delle Acciaierie di Terni che lottano democraticamente per difendere la propria fabbrica, il proprio posto di lavoro, il luogo dove si produce gran parte della ricchezza di quella comunità e la Polizia che carica quei manifestanti. Gli operai della ex Thyssen di Terni stanno lottando pacificamente per difendere il loro lavoro e la polizia riceve l’ordine di non farli sedere sui binari e lo fa a colpi di manganello. Ferito anche il sindaco del Pd che stava accanto a quei lavoratori e con loro rivendicava un futuro per quell'azienda e per quel territorio. La città di Terni ha fatto un tuffo nel passato quando, ai tempi di Scelba, quello che è accaduto ieri era la regola.
Comportamento e violenza incomprensibili quello messo in atto dalle forze di polizia, che aggiunge, alla drammatica crisi economica e sociale del Paese, pericolose tensioni sul fronte sociale.
Lo Stato deve preservare e tutelare quei lavoratori che liberamente e pacificamente rivendicano il loro posto di lavoro. Non attaccarli. Il Governo Letta, con il Ministro degli Interni, Angelino Alfano, verifichi quanto è accaduto e si accertino le responsabilità sperando che non ci si nasconda dietro un ombrello.

mercoledì 5 giugno 2013

Stefano Cucchi, per la magistratura si è picchiato da solo

La Corte d'Assise di Roma, dopo quattro anni di processo, ha sentenziato che Stefano Cucchi non è stato picchiato da nessuno, si è picchiato da solo.
E' questa l'unica cosa certa di un processo durato quattro anni e che vede colpevoli, secondo la Corte, soltanto i medici mentre gli agenti e gli infermieri "non hanno commesso il fatto. Ed allora chi ha picchiato a morte Stefano Cucchi se coloro che erano con lui sono stati assolti? La Corte d'Assise di Roma crede evidentemente che Stefano Cucchi si sia ridotto in queste condizioni da solo. Le parole del legale della famiglia Cucchi sono eloquenti: "Questo è un fallimento dello Stato, perché considerare che Stefano Cucchi è morto per colpa medica è un insulto alla sua memoria e a questa famiglia che ha sopportato tanto. E’ un insulto alla stessa giustizia. I medici sono stati condannati con pene lievissime, sei assolti tra infermieri e guardie carcerarie. Stefano Cucchi è morto per colpa sua”.
Di certo lo Stato non ha fatto una bella figura.

lunedì 3 giugno 2013

Eternit, sentenza storica del Tribunale di Torino che premia i lavoratori.

La Corte d'Appello di Torino ha condannato il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, ex manager della Eternit, a 18 anni di carcere per disastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele antinfortunistica.
La Corte ha inoltre ha disposto provvisonali per 20 milioni di euro alla Regione Piemonte e di oltre 30,9 milioni per il comune di Casale Monferrato. 
Una sentenza storica che incoraggia la battaglia delle vittime dei familiari e di tutti coloro che chiedono un mondo migliore senza amianto e senza quella sete di profitto cui sacrificare vite umane. E di vite sacrificate alla sete di profitto derivante dall'amianto ce ne sono state davvero tante e non si sono ancora fermate.
Lo scandalo Eternit ha coinvolto un'intera società, una serie di paesi dove ancora oggi si continua a morire per mesotelioma pleurico, con un'incidenza simile a quella di qualche anno fa. Oggi muoiono tutti quei bambini che allora giocavano con quella polvere grigia che il vento spargeva per tutta la città di Casale di Monferrato. Questa sentenza di appello, non è una vendetta appagata, ma rende giustizia a chi non c'è più e cerca di dare le risorse al Comune di Monferrato per effettuare quelle bonifiche necessarie per liberarsi dal tremendo veleno che sta uccidendo un'intera comunità.
Ed infine questa sentenza è un premio ai lavoratori, perchè  riconoscere le responsabilità e il dolo dei dirigenti di un'azienda è un atto di portata storica in quanto si sancisce la responsabilità di coloro che, pur sapendo dei danni che l'amianto poteva procurare, fecero lavorare donne e uomini a contatto con quella sostanza cancerogena.

sabato 1 giugno 2013

Rappresentanza, intesa tra sindacati e Confindustria. Finisce la stagione degli accordi separati.

Gli aggettivi per definire l'accordo raggiunto tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria sulla rappresentanza e la democrazia sul posto di lavoro, non si risparmiano. Epocale, storico, di fatto con l'accordo si dice fine ad una lunga e funesta stagione di accordi separati. hanno raggiunto una storica intesa sulla rappresentanza sindacale. Ed effettivamente la portata dell'intesa è realmente storica ed innova le relazioni industriali del nostro Paese. Le regole che oggi gli attori principali del mondo del lavoro si sono date mettono trasparenza su "chi rappresenta chi", definiscono le regole certe sull'esercizio della rappresentanza e dicono una volta per tutte quando un contratto è esigibile.  Al tavolo le delegazioni erano presenti ai massimi livelli: il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, e i leader delle tre confederazioni sindacali, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti.
Il documento approvato sulla rappresentanza conferma la ripresa del dialogo tra le maggiori confederazioni sindacali e tra loro e le parti datoriali, confermando il percorso avviato con l'accordo siglato il 28 giugno 2011 e ribadita anche dalla sottoscrizione unitaria dell’accordo sulla detassazione dei premi di produttività. E' indubbio che la situazione del sistema economico-produttivo nazionale, il perdurare della crisi economica ed il conseguente peggioramento delle condizioni dei lavoratori sta spingendo i sindacati a ritrovare una convergenza perduta negli ultimi anni dove, invece, si era percorsa un'altra strada quella della divisione sulla quale, tra l'altro, in diversi avevano puntato, Berlusconi, Sacconi, Brunetta, Tremonti tanto per fare alcuni nomi.
Si accantona (speriamo definitivamente) la fase degli accordi separati, che ha avuto il suo culmine tra i metalmeccanici con gli accordi Fiat e quelli sui rinnovi del Contratto nazionale di lavoro, e lo si fa nella maniera più pesante possibile definendo appunto regole che mai nel nostro Paese, ad eccezione del Pubblico impiego, si erano avute. Si regolano i rapporti tra la parti, si misura la rappresentanza delle organizzazioni sindacali, si dice come validare e rendere esigibili i Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro.
In sintesi si dice che la democrazia sul posto di lavoro è la precondizione necessaria per affrontare qualsiasi problema.


I CONTENUTI DELL'ACCORDO
Misurazione della rappresentanza
1.- Ai fini della determinazione del peso di ogni organizzazione sindacale, che determina la possibilità di sedere ai tavoli dei rinnovi contrattuali, valgono:
• le deleghe sindacali (trattenuta operata dal datore di lavoro su esplicito mandato del lavoratore) comunicate dal datore di lavoro all'INPS e certificate dall'Istituto medesimo;
• i voti raccolti da ogni singola organizzazione sindacale nell'elezione delle Rappresentanze Sindacali Unitarie (RSU) in carica (validità 36 mesi)
2.- Il numero degli iscritti e il voto per le RSU peseranno ognuna per il 50% (così come anche previsto nel decreto legislativo 165/01 per il pubblico impiego)
3.- Questi due dati, iscritti e voto, verranno comunicati ad un ente esterno certificatore (es: CNEL) che procederà, per ogni CCNL, a determinare il calcolo della rappresentanza di ogni organizzazione sindacale.
4.- Le RSU saranno elette con voto proporzionale ai voti ottenuti, superando così l'1/3 destinato alle Organizzazioni Sindacali firmatarie di CCNL, e vi è l'impegno a rinnovare quelle scadute nei successivi sei mesi.

Validità ed esigibilità dei CCNL
Con l'accordo si stabiliscono regole che determinano le modalità con cui rendere esigibili, per entrambe le parti contraenti, il CCNL. Trattasi, per la prima volta nella storia delle relazioni sindacali nel nostro Paese, di una procedura formalizzata e condivisa da entrambe le parti.
1.- Saranno ammesse al tavolo della trattativa le Organizzazioni Sindacali “pesate” con le regole sopra descritte, che superino la soglia del 5%.
2.- Le modalità di presentazione delle piattaforme contrattuali è lasciata alla determinazione delle singole categorie, con l'auspicio di entrambe le parti affinché si determinino richieste unitarie.
3.- Un CCNL è esigibile ed efficace qualora si verifichino entrambi le seguenti due condizioni:
• sia sottoscritto da almeno il 50%+1 delle organizzazioni sindacali deputate a trattare;
• sia validato, tramite consultazione certificata, dalla maggioranza semplice dei lavoratori e delle lavoratrici, con modalità operative definite dalle categorie
La sottoscrizione formale del CCNL che abbia seguito tale procedura diviene atto vincolante per entrambe le parti.
4.- I CCNL  definiranno clausole e/o procedure di raffreddamento finalizzate a garantirne l'esigibilità e le relative inadempienze.

venerdì 31 maggio 2013

Camusso: niente rinvii, subito la crescita

In un'intervista pubblicata sul quotidiano L'Unità la Segretaria Generale della CGIL, Susanna Camusso dice che la fine della procedura di infrazione buona notizia. I sacrifici sono stati pesanti, ora non si può più aspettare: servono risorse. Di seguito il testo dell'intervista.
«Il presidente Letta ha fatto bene a ringraziare i cittadini che con i loro sacrifici hanno consentito all'Italia di uscire dalla procedura d'infrazione, però si è dimenticato di indicare i responsabili che ci hanno portato in questa crisi drammatica. Se si vuole cambiare strada, bisogna dire chiaramente cosa è accaduto altrimenti c'è una rimozione del passato che non va bene. Berlusconi e Monti, con le loro diverse responsabilità, ci hanno cacciato in questi guai, il duro impegno degli italiani ha consentito di salvare il Paese». Susanna Camusso, leader della CGIL, è convinta che l'Italia deve ripartire subito, che bisogna mettere in atto tutte le politiche possibili per risollevare l'economia, per sostenere l'industria, per creare occupazione. Ma è necessario fare i conti con il passato, con gli errori dei governi, con le vocazioni di alcuni alla rottura delle relazioni con le parti sociali, con una filosofia che ha operato per dividere, per colpire i soliti. «Berlusconi ha negato per anni l'esistenza della crisi, diceva che i ristoranti erano pieni. Monti si è accanito contro i lavoratori e i pensionati, ci ha portato in una recessione nera, ha negato i rapporti con i sindacati. Sono cose che non si dimenticano» sostiene il segretario della CGIL.
Camusso, siamo stati promossi dall'Europa. È soddisfatta? «Prima di tutto bisogna riconoscere il merito delle famiglie, dei pensionati, dei lavoratori che in questo Paese fanno sempre il loro dovere mentre c'è gente che anche con la crisi si è arricchita e continua a non pagare le tasse. Ho appena incontrato il presidente del Parlamento europeo Martin Schultz, ha riconosciuto il prezzo doloroso pagato dai ceti più deboli in questa crisi e la necessità di una maggiore giustizia sociale in Europa. È bene che non si dimentichino le responsabilità del passato perché dobbiamo evitare di ripetere gli stessi drammatici errori».
Cosa cambia per l'Italia con la fine della procedura d'infrazione? «È una buona notizia. Mi pare che anche nelle raccomandazioni della Commissione Ue ci siano toni e parole diverse, non si parla solo di tagli e rigore, ma anche di crescita, di lavoro, di favorire i flussi di credito verso l'economia, di istruzione, di centri di impiego pubblico. Tira un'aria differente, mi pare che ci sia la consapevolezza di mettere la crescita al centro dell'azione politica europea».
Letta e Saccomanni, comunque, hanno detto che gli spazi di manovra si apriranno solo nel 2014. «Io dico, invece, che non possiamo aspettare, non ce la facciamo più. Non ce la fanno le aziende, non tiene il tessuto industriale, soffrono i lavoratori, i giovani e le donne. Il governo deve usare subito quello che ha a disposizione Letta suoni la sveglia. Dobbiamo usare e bene i fondi strutturali europei, le opportunità di "garanzia giovani", impieghiamo gli investimenti cosiddetti "cantierabili" che possono dare un po' di fiato. E poi riscopriamo, dopo un periodo di strano disinteresse, la lotta per la legalità, contro l'evasione fiscale e il lavoro sommerso. Anche da una seria battaglia etica, da uno sforzo per una migliore convivenza civile possono derivare nuove risorse da investire ».
C'è qualche "tesoretto" da impiegare? «Non mi faccio illusioni e non cerco scorciatoie. Non abbiamo un tesoro da spendere, ma abbiamo l'urgenza di far ripartire l'economia. Dobbiamo trovare i fondi, cercare nuovi spazi di manovra in Europa ora che non siamo più sotto tutela, spingere il sistema del credito a sostenere le imprese. C'è una questione di giustizia sociale non più rinviabile che riguarda gli esodati, i disoccupati e il potere d'acquisto delle famiglie. Date le condizioni attuali le retribuzioni dei lavoratori potranno tornare ai livelli pre-crisi nel 2027. Di questo stiamo parlando».
Come giudica i primi passi del governo Letta nei rapporti con le parti sociali? «C'è un cambiamento positivo. Letta è rispettoso delle parti sociali perché pensa, come noi, che la priorità sia il lavoro. CGIL Cisl Uil gli hanno fatto presente che la riforma istituzionale non è solo una questione di architettura legislativa, ma anche di qualità dell'amministrazione e del lavoro. Da parte del governo c'è disponibilità ad ascoltare, come sul caso dei ticket, domani incontreremo il ministro Giovannini. Sento un'aria diversa rispetto al governo Monti che aveva annullato il rapporto con le parti sociali».
E l'accordo sulla rappresentanza? «Noi vogliamo l'accordo. La proposta unitaria di CGIL Cisl e Uil, rispettosa del mandato e del giudizio dei lavoratori, ha un valore fondamentale perché finalizzata a riconoscere gli interessi delle parti, a rafforzare la democrazia, con la trasparenza e la certificazione del voto dei lavoratori».
Ci sono due grandi sfide industriali: il caso Ilva e la Fiat americana. «Sull'Uva mi aspetto che ci sia una presa di coscienza generale: non è solo uno stabilimento, non è solo il 40% della produzione siderurgica nazionale, ma è il motore stesso di larga parte dell'industria italiana. Non possiamo perdere l'Ilva. Vanno garantite continuità aziendale, produzione e occupazione nel rispetto dell'Autorizzazione Integrata Ambientale. Il commissariamento, o un intervento di garanzia per la continuità, può essere la strada da seguire oggi. Ma più in generale è necessario un intervento organico di politica industriale, con una chiara regia pubblica. Solo così l'industria può risalire la china».
E la Fiat? «Non mi sorprende che stia pensando all'America. La CGIL aveva lanciato l'allarme molto tempo fa, mi presi dure critiche per aver definito Marchionne un pessimo ambasciatore dell'Italia. Che sposti la testa altrove mi pare davvero un brutto segnale».
Le chiedo, infine, un ricordo di Franca Rame. «La sua scomparsa è un vero dolore. Ci sono mille ricordi che si accavallano. Ma la cosa più bella è questa: noi sapevamo che lei c'era. Nelle battaglie, nelle lotte, nei momenti difficili, lei c'era. C'è sempre stata».

giovedì 30 maggio 2013

Il ricatto del Pdl sulla Riforma Costituzionale

"Quando si passa dalle parole ai fatti, scoppia il casino", queste chiare parole pronunciate dal deputato Pd, Roberto Giachetti, descrivono la situazione all'interno del Partito Democratico che non riesce a rinsaldarsi.
C'è sempre una parte del partito a cui le intese con il Pdl, per quanto larghe che siano, vanno sempre più strette. C'è sempre quella parte del partito che si ribella al ricatto continuo che il Pdl esercita sul governo e, di conseguenza, sul Pd. Ogniqualvolta c'è uno del Partito Democratico che prova a dire qualcosa di inviso al Pdl, c'è sempre il Brunetta di turno che prefigura la crisi di governo. Ed il Pd segue, come finora ha sempre seguito, i ricatti e i diktat di Silvio Berlusconi.
L'ennesima riprova di tutto ciò si appunto vista ieri in merito alla riforma della legge elettorale.
Ieri la Camera ha respinto la mozione presentata dal democratico Giachetti che prevedeva l'abrogazione del Porcellum ed il ritorno al Mattarellum. Attorno alla proposta, che chiaramente voleva affossare l'accordo tra Pd e Pdl sul rinvio di tale questione alla discussione più generale della riforma costituzionale, si sono coagulati una trentina di deputati Pd, i Cinque Stelle e Sel. I voti contrari sono stati 415, i favorevoli 139. Lo stesso Pd quindi ha affossato la mozione Giachetti preferendo seguire il ricatto del Pdl che del Porcellum, dopo averlo ingegnato, non se ne vuole disfare. Pertanto ieri Enrico Letta è andato al Senato per chiedere al Parlamento di essere autorizzato a presentare un progetto di riforma costituzionale con dentro anche la riforma della legge elettorale aprendo, però, un precedente di non poco conto.
La riforma della Costituzione è materia esclusiva del Parlamento, chiedere al Parlamento di delegare al Governo un progetto di riforma introduce un preoccupante elemento di novità. E comunque anche in questa proposta che il Premier Letta ha fatto alle Camere si vede tutto lo zampino, se non qualcosa di più grosso, del Pdl il quale ha timore che sulle materie della riforma costituzionale, in Parlamento, si possano trovare maggioranze a geometrie variabili. Berlusconi in tal modo cerca di blindare la discussione parlamentare tanto più che nel progetto presentato da Letta si stabilisce un nesso tra il buon esito delle riforme costituzionali e, a valle, l’eventuale e conseguente riforma delle legge elettorale.
Il rischio di una stabilizzazione del Porcellum è fortemente concreto anche se tutti hanno solennemente manifestato la volontà a cancellarlo.
Guglielmo Epifani, neo Segretario del Pd, ieri alla Camera ha urlato con determinazione la volontà del Pd a modificare la legge elettorale: "Alle prossime elezioni, sappiate, non si voterà con il Porcellum", ha intimato rivolto al Pdl. Epifani però sa anche che se il Partito Democratico non smette di seguire il Pdl la cancellazione del Porcellum sarà poco probabile.

Ciao Franca!

Una vita dedicata al teatro, ma anche all'impegno politico e civile al fianco del marito Dario Fo.
In una lettera Franca Rame scrisse: "Penso anche al mio funerale e qui, sorrido. Donne, tante donne, tutte quelle che ho aiutato, che mi sono state vicino, amiche e anche nemiche…vestite di rosso che cantano Bella ciao”.
L'Italia perde una protagonista del panorama culturale. Si spegne un'altra delle voci libere e belle di questo Paese.
Franca Rame si è spenta oggi all'età di 84 anni: nell'aprile 2012, un ictus, che l'aveva costretta ad un ricovero d'urgenza al Policlinico di Milano.
Una donna e un'artista straordinaria. La nostra coscienza civile e democratica deve molto alle storie raccontate, recitate, scritte da Franca Rame. Il suo femminismo fu anche la personale testimonianza della violenza aberrante del potere. “Ma quello che vorrei continuare a dire alle donne, anche dopo la mia morte, è di non perdere mai il rispetto di se stesse, di avere dignità. Sempre. Ripensando alla mia vita non ho mai permesso che mi si mancasse di rispetto”. Questa è la frase testamento di Franca Rame.
L'Italia perde un grande punto di riferimento.

martedì 28 maggio 2013

Femminicidio: la Camera ratifica la Convenzione di Istanbul.

La violenza sulle donne è violazione dei diritti umani. Con 545 voti a favore su 545, la Camera dei deputati approva il ddl che contrasta ogni forma di violenza sulle donne. Adesso  passa al Senato per l'approvazione definitiva, ratificando la Convenzione di Istanbul.
La ratifica della Camera avviene proprio nel giorno in cui a Corigliano Calabro si celebrano i funerali di Fabiana Luzzi, la quindicenne uccisa brutalmente dal suo fidanzato. Questa concomitanza fra i funerali della ragazza calabrese ed il voto sulla Convenzione è altamente simbolica, l'approvazione di questa straordinaria norma avviene proprio nel momento più drammatico della violenza sulle donne.
L'Aula della Camera ha dunque dato il via libera unanime alla ratifica della Convenzione del Consiglio d'Europa su "prevenzione e lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica", siglata a Istanbul l'11 maggio 2011.
L'Italia è la quinta nazione a ratificarla dopo Montenegro, Albania, Turchia e Portogallo. Perché sia applicato dovrà essere sottoscritto da almeno 10 Stati, di cui almeno 8 del Consiglio d'Europa.
Si tratta del primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro giuridico completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza.
La Convenzione prevede il contrasto ad ogni forma di violenza, fisica e psicologica sulle donne, dallo stupro allo stalking, dai matrimoni forzati alle mutilazioni genitali e l'impegno a tutti i livelli sulla prevenzione, eliminando ogni forma di discriminazione e promuovendo "la concreta parità tra i sessi, rafforzando l'autonomia e l'autodeterminazione delle donne".
E' un'importante passo in avanti per il contrasto a quella che sta sempre più diventando una piaga della nostra società, il femminicidio.
Alla violenza sulle donne non ci si può e non si deve mai fare l'abitudine.

Il voto alle Amministrative boccia il Governo delle larghe intese

I dati delle elezioni amministrative ci consentono di fare alcune analisi sulle quali vale la pena ragionarci: chi effettivamente ha vinto è il partito del non voto. I numeri dell'astensione sono davvero drammatici, quattro italiani su dieci ha preferito non recarsi alle urne e nella Capitale la metà dell'elettorato è rimasto a casa. Evento mai finora accaduto.
Altro elemento consegnatoci dalle elezioni è dato dall'arretramento del Movimento 5 stelle. Gli elettori hanno condannato il fatto di non aver consentito un governo di cambiamento e di avere riconsegnato l'Italia a Berlusconi. Come dire, se fino ad ora i deputati e senatori del M5S, hanno discusso in Parlamento quasi esclusivamente se dimezzarsi la diaria, gli italiani, intanto che loro pensano, gli hanno dimezzato i voti.
Con la debacle dei grillini si riafferma a livello locale il bipolarismo Centrosinistra-Centrodestra, dove infatti si va al ballottaggio questo avviene tra Centrosinistra e Centrodestra. Mai il Movimento 5 Stelle. Con il Centrodestra che perde consenso anche nelle roccaforti pidielline e leghiste.
Infine, il voto di ieri boccia il Governo delle larghe intese. Proprio su quest'ultimo concetto val la pena soffermarsi.
Sono molti i giornali, a partire dal Corriere della Sera, che leggono nel risultato elettorale di ieri un rafforzamento del governo delle larghe intese. Una lettura davvero ardita perchè l'elevato astensionismo che si è registrato è un dato clamoroso che segnala il profondo disincanto nei confronti dei partiti. Una buonissima parte degli elettori non è andata a votare perchè è poco credibile quella politica che sul territorio si divide ed è in contrapposizione mentre al governo del Paese si riunifica.
Quegli elettori si sono astenuti proprio perché ha visto governare insieme due coalizioni contrapposte. Non si crede più al paradosso creato dal governo delle larghe intese.
Chi interpreta il voto di ieri come favorevole al governo di larghe intese sta facendo un'enorme errore di valutazione.
E poi, se la vogliamo dire tutta. a Roma si è registrata l'affermazione di Ignazio Marino, che da senatore aveva votato per Rodotà come Presidente della Repubblica e la fiducia al governo delle larghe intese non l’ha mica votata. Significherà qualcosa?


lunedì 27 maggio 2013

L'Europa promuove l'Italia ma detta condizioni pesanti

L'Ansa batte la notizia mentre sette milioni di italiani sono chiamati al voto (anche se la maggior parte di questi ha preferito non andare a votare): la Commissione europea promuove l'Italia e chiude la procedura di deficit eccessivo.
Questo vorrebbe dire che il nostro Paese avrebbe a disposizione per il biennio 2013-2014 un tesoretto di 20 miliardi di Euro che potrebbero essere spesi per il rilancio del Paese, anche se la maggior parte delle risorse disponibili sono già impegnate.
Proprio sul dove indirizzare tali somme si sta aprendo una disputa all'interno del Governo: da un lato c'è il premier Enrico Letta che spinge per destinare buona parte del tesoretto per finanziare il piano occupazione del quale da tempo sta parlando il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini. In particolare sul problema del lavoro ai giovani, Letta ha anche scritto una lettera al presidente della Commissione Ue, Van Rompuy, per sollecitare un'accelerazione dell'iniziativa sulla disoccupazione giovanile: "Bisogna erogare i primi fondi sin dall'inizio dell'anno prossimo – scrive Letta - altrimenti si dà fiato ai movimenti populisti ed antieuropeisti". Quindi da un lato Letta ed il Pd spinge per finanziare l'occupazione dall'altro invece Angelino Alfano e tutto il Pdl chiede di utilizzare quelle risorse per cancellare l'Imu sulla prima casa, tutte anche quelle di lusso, e non alzare l'Iva. Il Pdl vede nella chiusura della procedura di deficit eccessivo l'occasione per dare consistenza alle promesse fatte in campagna elettorale.
E qui si aprono le frizioni all'interno della compagine governativa. E’ bastato che il segretario del Pd, Guglielmo Epifani, facesse presente che la coperta e corta e se si deve scegliere fra abolizione dell’Imu e congelamento dell’Iva non avrebbe dubbi: l’Imu dovrebbero pagarla chi ha disponibilità di reddito che si è alzato il fuoco di sbarramento del Pdl che della cancellazione dell'Imu ne ha fatto un totem inviolabile.
E comunque l'UE questi soldi non li da gratis, chiede il proseguimento dell'azione di "consolidamento" del bilancio, portare avanti quel processo di riforme ritenuto essenziale per ridare slancio alla crescita del Paese e quindi anche all'occupazione, rendere molto più efficiente la macchina della pubblica amministrazione per alleggerire il sistema produttivo di una zavorra che troppo spesso ne condiziona l'attività e lo sviluppo. Ed infine chiede anche all'Italia di intervenire per rendere più efficace e produttivo il sistema bancario nazionale.
Ma la richiesta più pesante della Commissione Europea viene fatta sul versante del lavoro. L'UE sferra un pesante attacco alla contrattazione nazionale intervenendo a gamba tesa sul confronto che c'è in atto tra Governo e parti sociali.
Per Bruxelles la riforma Fornero, non solo è valida, ma va anche rafforzata. L'UE chiede di insistere  su una maggiore flessibilità del mercato del lavoro mettendo l'accento sull'opportunità di una contrattazione contrattuale maggiormente incentrata sul livello aziendale che non su quello nazionale. Parallelamente, secondo la Commissione, le politiche per la formazione dei lavoratori dovrebbero essere più attente e vicine alle reali esigenze del mercato del lavoro. La riduzione della pressione fiscale sul lavoro e sulle imprese nonché una maggiore apertura alla concorrenza del mercato dei servizi sono le altre due 'raccomandazioni' che completano il pacchetto messo a punto dalla Commissione.
Condizioni pesanti che fanno già preoccupare. Ogni qualvolta che la Commissione europea usa la parola “ riforma” vengono i brividi. Le riforme volute dall'Europa, messe in atto dai governi Berlusconi e Monti, hanno fatto pagare il prezzo più alto della crisi ai lavoratori e alle fasce sociali più deboli. Letta trovi il coraggio, creando una sponda con il Presidente francese Hollande, per imporre all'Europa l'uscita dalle politiche di austerity.

domenica 26 maggio 2013

La breccia di Davide, 17enne, gay, che vuole solo esistere. L'omofobia diventi reato

In una lettera pubblicata ieri da Repubblica, Davide Tancredi, un ragazzo di 17 anni gay, lancia il suo grido d'allarme:
CARO direttore, questa lettera è, forse, la mia unica alternativa al suicidio.
Ciò che mi ha spinto a scrivere è la notizia di un gesto avvenuto nella cattedrale parigina. Un uomo, un esponente di destra, si è tolto la vita in modo eclatante sugli scalini della famosa chiesa per manifestare il proprio disappunto contro la legge per i matrimoni gay deliberata dall'Assemblea Nazionale francese.
Nonostante gli insegnamenti dalla morale cristiana, io ritengo che il suicidio sia un gesto rispettabile: una persona che arriva a privarsi del bene più prezioso in nome di una cosa in cui crede, merita molta stima e riguardo; ma neppure questa considerazione riesce a posizionare sotto una luce favorevole quello che mi appare come il gesto vano di un folle. La vita degli altri continua anche dopo la fine della nostra. Siamo destinati a scomparire, anche se abbiamo riscritto i libri di storia. Morire per opporsi all'evolversi di una società che tenta di diventare più civile è ottusità e evidente sopravvalutazione delle proprie forze.
Il Parlamento italiano riscontrando l'epico passo del suo omologo d'oltralpe ha subito dichiarato di mettersi in linea per i diritti di tutti. Una promessa ben più vana del gesto di un folle. Tutti sappiamo come il nostro Paese sia l'ultimo della classe e che non ci tenga ad apparire come il più progressista. Si accontenta di imitare o, peggio ancora, finge di farlo. La cultura italiana rabbrividisce al pensiero che due persone dello stesso sesso possano amarsi: perché è contro natura, perché è contro i precetti religiosi o semplicemente perché è odio abbastanza stupido da poter essere italiano. Spesso ci si dimentica che il riconoscimento dei matrimoni omosessuali non significa necessariamente affidare a una coppia "anormale" dei bambini ma permettere a due individui che si vogliono bene di amarsi. In questo consiste il matrimonio, soprattutto nella mentalità cattolica. E allora perché quest'ostinata battaglia?
Io sono gay, ho 17 anni e questa lettera è la mia ultima alternativa al suicidio in una società troglodita, in un mondo che non mi accetta sebbene io sia nato così. Il vero coraggio non è suicidarsi alla soglia degli ottanta anni ma sopravvivere all'adolescenza con un peso del genere, con la consapevolezza di non aver fatto nulla di sbagliato se non seguire i propri sentimenti, senza vizi o depravazioni. Non a tutti è data la fortuna di nascere eterosessuali. Se ci fosse un po' meno discriminazione e un po' più di commiserazione o carità cristiana, tutti coloro che odiano smetterebbero di farlo perché loro, per qualche sconosciuta e ingiusta volontà divina, sono stati fortunati. Io non chiedo che il Parlamento si decida a redigere una legge per i matrimoni gay  -  non sono così sconsiderato  -  chiedo solo di essere ascoltato.
Un Paese che si dice civile non può abbandonare dei pezzi di sé. Non può permettersi di vivere senza una legge contro l'omofobia, un male che spinge molti ragazzi a togliersi la vita per ritrovare quella libertà che hanno perduto nel momento in cui hanno respirato per la prima volta. Non c'è nessun orrore ad essere quello che si è, il vero difetto è vivere fingendosi diversi. Noi non siamo demoni, né siamo stati toccati dal Demonio mentre eravamo in fasce, siamo solo sfortunati partecipi di un destino volubile. Ma orgogliosi di esserlo. Chiediamo solo di esistere
Davide Tancredi 
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Questa lettera apre una breccia nel mondo politico che potrà rendere possibile, finalmente, che l'omofobia diventi reato. Giancarlo Galan e Sandro Bondi, esponenti di primo piano del Pdl, prendendo spunto dalla lettera di Davide affermano: "Questa legislatura sarà l'occasione per cambiare le cose, è giunta l'ora per garantire i diritti civili". Nichi Vendola, leader di SEL, da sempre in prima fila nella battaglia sui diritti civili chiede di passare ai fatti e Paola Concia del Partito Democratico dice: " Care istituzioni, guarite da questa malattia che nega il diritto di amare".
Laura Boldrini, presidente della Camera risponde a Davide con una lettera dove si annuncia che l'omofobia diventi reato.
Caro Davide, questa lettera te l'avrei scritta comunque, anche se non fossi presidente della Camera. Ho una figlia poco più grande di te, e t'avrei scritto come madre, turbata nel profondo dal tuo grido d'allarme, dalla solitudine in cui vivi, dal peso schiacciante che devi sopportare perché "non a tutti è data la fortuna di nascere eterosessuali". Scrivo a te per stabilire un contatto, e sento il dolore di non poter più fare lo stesso con una ragazza di cui stanno parlando in queste ore i giornali. La storia di Carolina fa male al cuore e alla coscienza: ha deciso di farla finita, a 14 anni, per sottrarsi alle umiliazioni che un gruppo di piccoli maschi le aveva inflitto per settimane sui social media. E consola davvero troppo poco apprendere che ora questi ragazzini dovranno rispondere alla giustizia della loro ferocia.
Vi metto insieme, Davide, perché tu e Carolina parlate a noi genitori e ad un Paese che troppo spesso non sa ascoltare. Tu lo hai fatto, per fortuna, con le parole affilate della tua lettera. Lei lo ha fatto saltando giù dal terzo piano. Ma descrivete entrambi una società che non sa proteggere i suoi figli. Non sa proteggerli perché oppressa dal conformismo, incapace di concepire la diversità come una ricchezza per tutti e disorientata di fronte ai cambiamenti. Una società in cui - ancora nel 2013, incredibilmente - tu sei costretto a ricordare che "noi non siamo demoni, né siamo stati toccati dal Demonio mentre eravamo in fasce". A te sono bastati i tuoi pochi anni per capire che "non c'è nessun orrore ad essere quello che si è, il vero difetto è vivere fingendosi diversi". Una società che non sa proteggere i suoi ragazzi dalle violenze, vecchie e insieme nuove, come quella che ha piegato Carolina: lo squallido bullismo maschile antico di secoli, che oggi si ammanta di modernità tecnologica e con due semplici click può devastare la vita di una ragazza in modo cento volte più tremendo di quanto sapessero fare un tempo, quando io avevo la tua età, i più grevi pettegolezzi di paese.
Ti ringrazio, Davide, perché hai avuto il coraggio di chiamarci in causa, di mettere noi adulti di fronte alle nostre responsabilità. Le mie sono sì quelle di madre, ma ora soprattutto di rappresentante delle istituzioni. E ti assicuro che le tue parole ce le ricorderemo: non finiranno impastate nel tritacarne quotidiano, che ci fa sussultare di emozione per qualche minuto, e poi ci riconsegna all'indifferenza. Il compito del nostro Parlamento lo hai descritto bene tu, che pure hai molti anni in meno dell'età richiesta per entrarci: "Un Paese che si dice civile non può abbandonare dei pezzi di sé. Non può permettersi di vivere senza una legge contro l'omofobia, un male che spinge molti ragazzi a togliersi la vita". L'altro giorno, in un incontro pubblico contro la discriminazione sessuale, ho sentito ricordare il ragazzo che amava portare i pantaloni rosa, e che oggi non c'è più. A lui, a te, le nostre Camere devono questo atto di civiltà, e spero davvero che la legislatura appena iniziata possa presto sdebitarsi con voi.
Così come ritengo che sia urgente trovare il modo per crescere insieme nell'uso dei nuovi media. Le loro potenzialità sono straordinarie, possono essere e spesso sono poderosi strumenti di libertà, di emancipazione, di arricchimento culturale, di socializzazione. Ma se qualcuno li usa per far male, per sfregiare, per violentare, non possiamo chiudere gli occhi. Il problema, in questo caso, non è quello di varare nuove leggi: gli strumenti per perseguire i reati ci sono e vanno usati anche incrementando, se necessario, la cooperazione tra Stati. Ma sarebbe ipocrita non vedere la grande questione culturale che storie drammatiche come quella di Carolina ci pongono: i nostri ragazzi, al di là della loro invidiabile abilità tecnologica, fino a che punto sono consapevoli dei danni di un uso distorto dei social media? E noi adulti - le famiglie e la scuola - siamo in grado di portare dei contributi per una gestione più responsabile di questi strumenti? Vorrei che ne ragionassimo anche nei luoghi istituzionali della politica.
Hai chiesto di essere ascoltato, Davide. Se ti va, mi farebbe piacere incontrarti nei prossimi giorni alla Camera, per parlare di quello che stiamo cercando di fare. A Carolina non posso dirlo, purtroppo, ma vorrei egualmente conoscere i suoi familiari. Per condividere un po' della loro sofferenza, e perché altre famiglie la possano evitare.
Laura Boldrini 

sabato 25 maggio 2013

Don Gallo e Don Puglisi, quei preti fatti uomini che riscattano la Chiesa

Mentre la città di Genova dà l'addio al suo prete di strada, Don Andrea Gallo, ad oltre 1000 chilometri di distanza, a Palermo, Don Pino Puglisi, prete antimafia, viene proclamato beato.
Don Andrea e Don Pino, due preti "strani", due preti "scomodi", due preti che hanno scelto di farsi uomini per stare con gli ultimi e che hanno scelto di professare il vangelo senza scendere a compromessi.

Don Andrea Gallo è stato il prete dalle mille battaglie, uomo di pace che però stava nel conflitto, quello sociale, accanto agli ultimi ed ai più deboli. Uomo di pace che stava nel conflitto alimentandolo perchè non disposto a scendere a compromessi. Apprezzato da tanti atei e credenti, intellettuali e poveri, tanto che oggi a seguire il suo feretro, portato a spalla dai portuali di Genova, si ritroveranno fianco a fianco la buona società con coloro che hanno conosciuto la strada e la galera. Saranno gomito a gomito le prostitute, i trans e le donne di chiesa per dare l'addio a quel prete spesso critico nei confronti della stessa Chiesa esortandola fino in punto di morte a cambiare, a riscattarsi. Nel suo ultimo tweet, il 20 maggio, aveva scritto “Sogno una #Chiesa non separata dagli altri, che non sia sempre pronta a condannare, ma sia solidale, compagna”.

Don Pino Puglisi era il parroco di Brancaccio, una delle borgate di Palermo a più alta densità mafiosa. Don Pino fu ucciso dalla mafia il 15 settembre del 93, il giorno stesso del suo compleanno, perchè "rompeva le scatole", disse uno dei componenti del commando di fuoco che lo uccise.
Il suo rompere le scatole era frapporsi  tra vittime e carnefici, inserirsi e contrastare i disegni dei mafiosi, nei soprusi della politica complice. La sua vita è stata un'eterna interferenza contro la prepotenza degli "uomini d'onore".
Anche il messaggio che Don Pino lanciava alla sua Chiesa, con ha fatto anche Don Gallo, era quello che per svolgere appieno la sua missione la Chiesa deve sempre più spesso interferire  e frapporsi tra i prepotenti e i più deboli, tra le vittime ed i carnefici.

Ministro Carrozza: "Più investimenti sulla scuola pubblica o mi dimetto".

L'aut-aut lanciato dal Ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza è pesante: "O ci sono margini per un reinvestimento nella scuola pubblica oppure devo smettere di fare il Ministro dell'Istruzione".
Secondo la titolare del dicastero il rilancio del Paese passa attraverso uno straordinario investimento nella scuola pubblica e nell'istruzione.
Questo viene detto all'indomani dell'ultimo rapporto annuale dell'Istat che, proprio in materia, ha fotografato la situazione drammatica del Paese e lo ha fatto prendendo in esame il quadro sociale, il sistema delle imprese italiane e la situazione del mercato del lavoro nel Belpaese.
In Italia il rendimento dell’investimento in istruzione risulta ancora basso e questo che si riflette nel numero di studenti, rimasto sostanzialmente stabile intorno ai 4 milioni, pari al 41,5 per cento della popolazione di età compresa tra 15 e 29 anni.
I giovani continuano a rappresentare il segmento di popolazione più colpito dalla crisi, tanto che le opportunità di ottenere o conservare un impiego si sono significativamente ridotte.
Dal 2008 al 2012, ben 727 mila giovani hanno perso il lavoro, con una percentuale maggiore nel Sud Italia.
In pratica, nel giro di quattro anni, il tasso di disoccupazione giovanile è cresciuto di dieci punti e di ben cinque punti solo nell’ultimo, interessando maggiormente chi ha un titolo di studio più basso.
La laurea si sta rivelando lo strumento migliore contro le crescenti difficoltà del mercato del lavoro, mentre il possesso del solo diploma non garantisce più un lavoro stabile e sicuro.
In aumento anche la quota di Neet, quei giovani che non lavorano e non studiano. La percentuale è aumentata in misura maggiore degli altri paesi europei, raggiungendo il numero di due milioni e 250 mila: il 24 per cento del totale dei 15-29enni.
E' in questo contesto che interviene l'aut-aut di Maria Chiara Carrozza che vede necessario per il futuro del Paese l'investimento sulla scuola pubblica. Da qui passa l'uscita dalla condizione drammatica nella quale il Paese si trova. Bisogna puntare su un investimento nell'edilizia scolastica e sull'assunzione di "un esercito di nuovi insegnanti", condizioni necessarie per consentire il miglioramento della qualità del servizio. "Dobbiamo lavorare su questo - afferma il Ministro - altrimenti come facciamo a parlare di crescita".

L'intervento della titolare del dicastero dell'Istruzione fa parlare anche del referendum che proprio domani si terrà a Bologna sulle convenzioni comunali alle scuole materne private. Il quesito proposto recita in sostanza questo: "Per assicurare il diritto all’istruzione dei bambini che chiedono di accedere alla scuola dell’infanzia ritieni più idoneo che le risorse comunali siano utilizzate per le scuole comunali e statali o per quelle paritarie private?".
Sarebbe ora che cessino i tagli continui alla scuola pubblica, che si pensi all'istruzione come volano principale per il rilancio dell'Italia e dell'Europa, che si torni a riattivare l'ascensore sociale bloccato proprio dai mancati investimenti sulla scuola pubblica e che la scuola privata vada aiutata solo dopo aver valutato le esigenze di quella pubblica. L’interesse per la scuola pubblica è primario, e ad esso devono essere sacrificati tutti gli altri impegni, o interessi che siano.

mercoledì 22 maggio 2013

Lavoro e pensioni addio alla Riforma Fornero, nessuno la vuole piu'

E' convocato per oggi il primo round tra Governo e  parti sociali per discutere in materia di lavoro e pensioni. Un primo incontro che dovrà portare entro il mese di giugno a riformare la riforma Fornero.
Dovrebbero avere quindi le ore contate le due riforme targate Fornero su pensioni e lavoro che si sono scontrate con l'infinita recessione che sta affondando il paese. 
Oggi quelle riforme non piacciono proprio a nessuno. Anche se con opposte motivazioni, imprese, sindacati e lo stesso governo intendono superare le leggi Fornero. Non sarà facile per il governo trovare la quadra tra posizioni che all'inizio della trattativa sembrano poco conciliabili: agli industriali che chiedono più flessibilità in entrata, la Cgil e gli altri sindacati dicono che maggiore flessibilità in entrata non garantiscono maggiori assunzioni. E per il sindacato parlare di occupazione giovanile è assolutamente una priorità. E' questo il contesto nel quale si svolgerà l'incontro convocato dal ministro del Lavoro Enrico Giovannini per oggi 22 maggio alle ore 16 presso la sede di Via Veneto. Tema: "Monitoraggio del mercato del lavoro e politiche per l’occupazione giovanile". E poi c'è il drammatico problema da risolvere che si chiama esodati.
L'obiettivo del governo è ambizioso, 100mila nuovi assunti. Per raggiungerlo il Ministro Giovannini inizia il confronto con alcune idee chiare: per i contratti a termine si prevede la riduzione dell'intervallo tra un rinnovo e l'altro (abbattendo gli attuali 60-90 giorni); sulle pensioni, l'idea è anticipare l'età di tre-quattro anni con una penalizzazione proporzionale sull'assegno, proposta che dovrebbe risolvere anche la questione esodati; a questa idea si collegherebbe la cosiddetta staffetta generazionale. Si parlerà anche di come tagliare le tasse sul lavoro (il cuneo fiscale), ma quest'ultima ipotesi è molto costosa e perciò poco praticabile. 
Il lavoro diventa quindi la priorità, così come chiedeva nei giorni scorsi la Segretaria Generale della Cgil, Susanna Camusso che chiede interventi per salvare il sistema produttivo del Paese ed anche la difesa del reddito e dei posti di lavoro. Assieme a questo la Camusso chiede di contrastare fortemente la disoccupazione, soprattutto quella giovanile: "Gli ammortizzatori sociali - dice la Camusso - servono per difendere il reddito dei lavoratori e a tutelare quel poco di patrimonio produttivo, insomma quello che sopravvive del sistema, ma poi servono interventi urgenti perché i dati della disoccupazione, soprattutto giovanile e delle donne sono molto scoraggianti".

Trattativa Stato-Mafia, "Scoprimmo il covo di Provenzano già nel 2001" rivelazione shock

"Scoprimmo il covo di Provenzano già nel 2001 ma ci fermarono". A fare questa affermazione shock, in un'intervista esclusiva (QUI) che verrà trasmessa giovedì a Servizio Pubblico, un carabiniere che  per anni ha lavorato alla cattura del boss di Corleone. Quel covo di Montagna dei Cavalli dove Provenzano aveva stabilito il suo nascondiglio era già stato individuato già nel 2001, ma - a quanto dice l'intervistato - fu impedito alle forze dell'ordine di metterlo sotto controllo.
Questa notizia, se fosse vera, sarebbe esplosiva e lo diventa ancor di più se si pensa che tra pochi giorni ci sarà l’inizio del processo sulla trattativa Stato-mafia.
“A portarci nel covo a pochi chilometri da Corleone era stata una confidente – racconta il militare - ma il rifugio non fu mai messo sotto controllo. All'epoca funzionava così: il colonnello Gianmarco Sottili, l’attuale capo di Stato maggiore della Regione Sardegna, gestiva tutte le informazioni e diceva che non si doveva parlare, le nostre relazioni di servizio non arrivarono mai in Procura. Quando nel 2006 Provenzano fu arrestato proprio lì pensammo che era un vero schifo”. Queste parole stridono con quanto sta accadendo in queste ore in Parlamento dove il Senatore Luigi Compagna eletto nelle liste del Pdl ha presentato un disegno di legge che prevede la condanna dimezzata per concorso esterno in associazione mafiosa. Niente carcere e intercettazioni per chi svolge attività sotterranea di supporto ai componenti dell’associazione mafiosa. Fortunatamente, grazie alle pressioni di Pd Sel e Lega Nord, il testo verrà da parte del Pdl ritirato.
Quello schifo di cui parlava il carabiniere ad ogni occasione torna sempre a galla, c'è sempre qualcuno, anche dall'interno dello Stato, che tenta in tutti i modi di indebolire lo Stato stesso nei confronti della mafia.

lunedì 20 maggio 2013

Lavoro, la road map della Camusso. Occupazione giovanile, investimenti e democrazia

Alla vigilia dell'incontro tra Governo e parti sociali sul tema del lavoro Susanna Camusso, Segretario Generale della Cgil, interviene per indicare quali sono le priorità del sindacato, lo fa rilasciando un'intervista questa mattina al quotidiano la Repubblica. 
La Camusso ha un chiodo fisso, l'occupazione giovanile. "Basta con gli stage che si susseguono uno dopo l'altro - afferma Camusso - basta con l'idea che si possa far lavorare le persone gratis. I contratti formativi devono avere come obiettivo la stabilizzazione del rapporto di lavoro". E verso la stabilizzazione del rapporti di lavoro va indirizzata anche la politica fiscale: non un sistema di defiscalizzazione a pioggia bensì "servirebbe un meccanismo premiale: lo sconto fiscale va a chi stabilizza nel tempo il rapporto di lavoro".
Chiaramente però questo non è sufficiente per creare lavoro, occorre che si intervenga sul fronte degli investimenti. Senza parlare al momento di nuovi investimenti, basterebbe per iniziare a mettere "in moto gli investimenti già a bilancio e quelli autorizzati dal Cipe di cui si è persa traccia. E ancora va attuata la ristrutturazione dei fondi strutturali europei avviata dal ministro Fabrizio Barca. Dentro questa politica una parte degli investimenti andrebbe vincolata alla creazione di lavoro giovanile".
Investimenti ed interventi sulla fiscalità devono, secondo la Camusso, essere anche accompagnati da una modifica anche sostanziale della riforma Fornero che preveda un ridisegno degli ammortizzatori sociali affinchè possano essere rivolti realmente all'intera platea dei lavoratori: "Ogni giorno che passa dimostra quanto fosse sbagliata quella legge. Credo che si debba smettere di proporre regole per costruire eccezioni e, invece, si dovrebbe puntare sul ruolo della contrattazione tra le parti sociali. Per esempio tra le urgenze non c'è quella di ridurre i vincoli ai contratti a termine bensì quello di disegnare un sistema di ammortizzatori sociali universali".
Ed infine la questione della democrazia sul posto di lavoro. L'accordo tra Cgil Cisl e Uil sulla rappresentanza, firmato lo scorso 30 aprile, deve essere siglato anche con Confindustria. Si deve chiudere una lunga stagione di scontro e lo si può fare dando regole ai rapporti tra le parti. "I tempi - secondo il Segretario della Cgil - sono più che maturi e i sindacati sono pronti: hanno una proposta unitaria che speriamo possa essere accolta dalla Confindustria nelle prossime ore. Speriamo che prevalga il buonsenso e non la vecchia logica delle divisioni".

La Cgil quindi chiede investimenti pubblici e privati per rilanciare l'occupazione, Contratti di solidarietà per difendere l'esistente. Propone di estendere a tutte le aziende la possibilità di ricorrere alla cassa integrazione e sollecita un salario di cittadinanza per chi il lavoro non ce l’ha. Ne discuta il Governo. Letta accetti la sfida. Non faccia come fecero invece Sacconi, Brunetta, Tremonti e Fornero i quali preferirono far ricadere le conseguenze della crisi solo sulle spalle dei lavoratori e su coloro che li rappresentano.

domenica 19 maggio 2013

La piazza di Roma chiede alla sinistra di cambiare. E lo chiede anche alla Fiom

Ha ragione Nichi Vendola quando dice che uno di sinistra, se non viene al corteo della Fiom dove altro deve andare?
E di donne e uomini di sinistra ieri in piazza a Roma ce ne erano tante, circa 60mila, anche se meno di altre volte. Tra le tante e i tanti non c'era però il Partito Democratico se non con la presenza "a titolo personale" di alcuni suoi esponenti di primo piano: Matteo Orfini, Sergio Cofferati e Pippo Civati. Ma il partito, ufficialmente, non c'era. Ed è proprio questa assenza che ha fatto rumore, più rumore degli slogan urlati.
Un partito di sinistra che non sta accanto a quelle persone, lavoratori, esodati, giovani, molti dei quali, forse la maggioranza, elettori del Pd, che chiedono alla politica di mettere davanti a tutto il lavoro, rischia di aprire una vera e propria scissione tra se stesso e la propria base si riferimento.
Già il dato elettorale di febbraio aveva sancito che gli operai hanno preferito altri schieramenti al Centrosinistra, l'assenza di ieri da parte del Partito Democratico rischia di aprire ancora di più quel solco che c'è tra il maggiore partito della sinistra e quelli che dovrebbero o potrebbero essere i suoi militanti.
E Maurizio Landini, leader delle tute blu della Cgil, non le ha mandate a dire al Partito Democratico: "Come si può stare al governo con Berlusconi e avere paura di essere qui? In questa piazza? Con la parte migliore del Paese?”.
La piazza di ieri ha detto che la ricostruzione della sinistra deve passare assolutamente dal sentimento di quella piazza stessa e dal fatto che bisogna mettere prima di tutto il lavoro. Allo stesso tempo però la piazza di ieri parla alla stessa Fiom.
Ieri a manifestare c'era meno gente di altre volte, segno di una stanchezza che ormai da tempo pervade gli stessi lavoratori metalmeccanici i quali vedono e vivono tutte le difficoltà di una strategia, quella messa in atto dalla Fiom, che sempre meno riesce a tutelare gli interessi dei lavoratori.
Nei giorni scorsi, infatti, il Tribunale civile di Roma ha respinto il ricorso depositato dalla Fiom-Cgil contro Federmeccanica, Fim e Uilm per la violazione, con la sottoscrizione dell'intesa separata e con l'esclusione della Fiom-Cgil dal tavolo delle trattative, dell'accordo interconfederale del 28 giugno 2011.
Molti, anche all'interno della Fiom, hanno giudicato quantomeno inopportuna la strada giudiziaria intrapresa dalla Fiom negli ultimi anni e la sentenza emessa l'altro giorno dal Tribunale di Roma dovrebbe rappresentare per le tute blu della Cgil l'occasione per aprire una profonda revisione della strategia che parta dalla presa d'atto che la via giudiziale non può continuare ad essere lo strumento principale per mettersi alle spalle una stagione di divisioni, di accordi separati che, oggettivamente hanno peggiorato le condizioni materiali di vita e di lavoro dei metalmeccanici.
Serve aprire una fase nuova e diversa dove si capisca una volta per tutte che la pratica negoziale unitaria continua ad essere l'unica modalità che consente di rappresentare e tutelare al meglio gli interessi dei lavoratori. Lo slogan che ieri apriva il corteo di Roma, "Non possiamo più aspettare", sta diventando paradossalmente l'esortazione che i lavoratori metalmeccanici indirizzano alla stessa Fiom affinchè riconquisti quella primazia che le è propria.
Ed un'opportunità ai metalmeccanici viene fornita dall'accordo sui temi della rappresentanza e della democrazia definito il 30 aprile tra Cgil, Cisl e Uil.
La Fiom deve investire molto su quell'accordo affinchè diventi un testo che sia condiviso anche con le associazioni delle imprese, Confindustria in testa.


venerdì 17 maggio 2013

Hollande attacca l'austerità: "E' la causa della recessione in Europa".


Francois Hollande va all'attacco, inizia il suo secondo anno all'Eliseo dicendo (finalmente) che la causa della recessione europea va ricercata esclusivamente nelle politiche di austerity varate dall'Europa. Nel corso di una conferenza stampa il presidente francese ha affermato che "Ciò che colpisce attualmente l'Europa è la recessione dovuta alle politiche di austerità". Una dichiarazione forte che ha l'obiettivo di aprire una nuova fase nel continente europeo secondo cui il rigore non basta più, adesso crescita e competitività.
Il concetto, espresso dal presidente socialista, è chiaro: le altre economie hanno ripreso a galoppare, quella Americana sta producendo nuovi posti di lavoro come mai si era visto dall'inizio della crisi ed anche il Giappone ha ripreso a macinare i suoi utili. L'attuale crisi europea non può più essere considerata figlia della crisi del 2008, è una crisi dovuta alle politiche restrittive che la stessa europa si è data. Per questo motivo Hollande si fa paladino di politiche di crescita e competitività.

Per far questo Hollande lancia la proposta: instaurare con i Paesi della zona euro un governo economico che si riunisce tutti i mesi intorno a un unico presidente, mobilitare subito il bilancio Ue per l'inserimento dei giovani, definire una strategia di investimento comune per il mondo dell'industria, tra cui una comunità europea per l'energia, che si concentri soprattutto sulle rinnovabili; infine, una nuova tappa di integrazione, con capacità di bilancio. "Se l'Europa non avanza - ha affermato il presidente francese - cade, anzi, si cancella dalla carta del mondo e dall'immaginario dei popoli".

E' senza alcun dubbio un Hollande attaccante e come lui stesso afferma:  "Comincia oggi il mio secondo anno di presidenza che sarà di offensiva. La Francia è disposta a dare un contenuto all'unione politica".

giovedì 16 maggio 2013

Susanna Camusso scrive al Ministro Giovannini: "Meno annunci e piu' confronto"

Susanna Camusso, Segretaria Generale della Cgil, in una lettera spedita al Ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, pubblicata questa mattina sul Corriere della Sera, esprime tutte le sue perplessità e quelle della Cgil su ciò che sta accadendo in queste ore in materia di politiche del lavoro, pensioni, ammortizzatori sociali.
Temi questi che sono stati oggetto di continui annunci da parte del Ministro. La Camusso chiede che dagli annunci si passi al confronto perché "c'è una modalità d'azione più giusta ed efficace: quella di aprire il confronto e valutare la sostenibilità sociale, non solo i vincoli economici, delle scelte necessarie da compiere sul complesso tema del welfare".
Di seguito il testo della lettera


Signor ministro del Lavoro Enrico Giovannini,
leggiamo di continuo suoi annunci di interventi sul lavoro, sulle pensioni, di programmi sull'occupazione giovanile. Dichiarazioni che si susseguono indicando orizzonti difficili da comprendere. Lei stesso ha asserito che gli investitori hanno bisogno di stabilità e certezze.
Pensi di quanta ne avrebbero bisogno le persone che dipendono dagli annunci che il governo propone in sequenza sul lavoro e sulle emergenze sociali, non per investire su un progetto di vita, come in epoca di crescita sarebbe auspicabile, ma sulla sopravvivenza in un tempo di crisi ancora molto profonda.
Dire, ad esempio signor ministro, che gli ammortizzatori in deroga sono una priorità e vanno rifinanziati è un obiettivo giusto su cui da mesi i sindacati si mobilitano e continuano anche in queste ore a farlo. Ipotizzare però di trovare solo un terzo, o forse la metà, delle risorse necessarie per garantire il diritto a tutti coloro che potrebbero averne titolo da altri capitoli delle politiche per il lavoro, come la formazione continua e la produttività, non dà maggiori certezze né alle persone, né ai lavoratori. Tantomeno alle imprese che, data l'ambiguità degli stanziamenti, potrebbero decidere di ricorrere ai licenziamenti.
Le chiediamo, signor ministro, se non fosse stato più proficuo convocare le parti sociali e insieme a loro discutere della quantità di risorse necessarie, di dove attingerle e su quali titoli delle «emergenze» allocarle perché, se vogliamo limitare l'emorragia occupazionale, tra le priorità non c'è solo la cassa in deroga, ma anche la mobilità e i contratti di solidarietà.
Eppure, signor ministro, per diminuire l'Imu sugli immobili commerciali e di impresa si annunciano provvedimenti di ben altra portata, ricorrendo, con una strana sproporzione valoriale, alla fiscalità generale, mentre per il lavoro le risorse vengono sottratte ad altri capitoli a tutela dell'occupazione. Le ultime leggi del governo «tecnico», di iniquità sul lavoro e le pensioni ne hanno lasciate molte. Tante sono frutto del mancato confronto, come nel caso degli esodati, degli ammortizzatori sociali e della precarietà.
Signor ministro, c'è una modalità d'azione più giusta ed efficace: quella di aprire il confronto e valutare la sostenibilità sociale, non solo i vincoli economici, delle scelte necessarie da compiere sul complesso tema del welfare. Si sceglie, invece, di annunciare provvedimenti di manutenzione che in realtà rappresentano interventi sostanziali come la liberalizzazione dei contratti a termine, la staffetta generazionale (salvo poi retrocedere in ragione dei costi), le flessibilità in uscita per le pensioni (ma penalizzandole senza qualificare i diversi lavori), e si trascurano altre priorità immediate. Ne citiamo due oltre agli esodati e agli ammortizzatori in deroga: i fondi di solidarietà che stanno venendo meno e la modifica delle norme introdotte dal precedente governo che riducono drasticamente la possibilità di accesso allo stato di disoccupazione.
Gli interventi applicativi della legge sul mercato del lavoro, infatti, prevedono delle scadenze che toccano diritti soggettivi e minano la possibilità di realizzare un sistema realmente universale di tutele sociali, che superi i limiti del vecchio impianto di protezione e che possa essere sostenibile in termini di contribuzione e prestazioni per imprese e lavoratori.
I provvedimenti che saranno approvati nel prossimo Consiglio dei ministri hanno un assoluto carattere d'urgenza. Non sono note le coperture finanziarie, ma non vorremmo che, come in un vecchio gioco in cui a ogni giro si toglieva una sedia, a rimanere in piedi sia sempre il lavoro.
Per questo, signor ministro, si può rinunciare a qualche annuncio, confrontarsi di più avendo grande attenzione alla coerenza tra i provvedimenti che si intendono prendere, i diritti dei lavoratori e l'urgenza di dare dignità e sicurezza alle persone.
Susanna Camusso
Segretario generale Cgil