Pietro Occhiuto

Pietro Occhiuto

venerdì 26 aprile 2013

Sul governissimo si schianta il Partito Democratico

C'è un'immagine che fotografa la rielezione di Napolitano: il Parlamento che sta votando il "nuovo" Presidente e la gente fuori ad assediare il Parlamento.
La rielezione di Napolitano alla presidenza della Repubblica consegna l'immagine di una politica invecchiata e assediata che non riesce a trovare soluzioni e che quindi si commissaria e si arrende a Napolitano aprendo una fase nuova della vita repubblicana del nostro Paese che potremmo definire neo-presidenzialismo. E sul neo-presidenzialismo si è schiantato il Pd.
Di fronte a quanto è accaduto negli ultimi giorni, passando da un psicodramma all'altro, non si è trovato niente di meglio che trovare riparo nell’alleanza fra ciò che in natura è impossibile unire, cioè Pd e Pdl, replicando in forma aggiornata, magari con una maggiore caratterizzazione politica, l’esperienza del governo Monti.
L’ultimo atto della segreteria Bersani è stato quindi trascinare il Pd a sottoscrivere il patto di larghe intese contro cui –a parole- lui stesso si era impegnato pubblicamente anche dopo il voto del 25 febbraio scorso.
E Napolitano il prezzo della sua rielezione lo sta facendo pagare tutto, senza sconto alcuno.
Re Giorgio, coerentemente con le sue idee, da l'incarico al maggiore esponente del Pd rimasto in carica dopo le dimissioni di Bersani, Enrico Letta, ed a lui chiede di fare un governo di larghe intese, coinvolgendo il Pdl, e che preveda la presenza di forti personalità politiche.
Se non altro Napolitano ha il pregio della coerenza: lui da anni è convinto della necessità di un governissimo e lo ha sempre detto a voce alta. Fosse stato per lui, già nel governo Monti sarebbero state inserite figure garanti dell’establishment trasversale, riconosciute come tali anche dai poteri meno appariscenti: da Gianni Letta a Giuliano Amato, insieme a rappresentanti diretti dei partiti. Ma la ricetta di Napolitano non è detto che funzioni, anzi tutt'altro. È indubbio che specialmente sul versante sociale l'esperienza del governo Monti ha prodotto rilevanti danni e che, nell'assumere provvedimenti di equità sociale, ha mostrato tutta la sua debolezza. La condizione nella quale si dovrebbe venire a trovare Enrico Letta oggi è acutizzata dal ricordo dell’impopolarità in cui è precipitata l'esperienza Monti nettamente bocciata nelle urne.
È sull'ipotesi di governissimo, sulle larghe intese e si schianta il Partito Democratico.
La coerenza, l'ostinazione di Napolitano non l'ha avuta Bersani che con il suo comportamento ha alimentato la doppiezza di cui alla fine è rimasto vittima.
Se da un lato Bersani diceva mai al governissimo con Berlusconi, dall'altro trattava per votare insieme a Berlusconi quel Franco Marini che sulle larghe intese la pensa esattamente come Napolitano. Una buona parte del partito si arrabbia e si dissocia nella votazione a Montecitorio. Il resto è un'escalation di cambi di rotta, slealtà e tradimenti culminata nell'abbattimento della candidatura di Romano Prodi al Quirinale. Noi non conosceremo mai uno, sì, uno soltanto dei 101 parlamentari che dopo aver votato a favore della candidatura Prodi l’hanno affossata nell’anonimato.
In Prodi al Quirinale ognuna delle correnti del partito poteva vedere un pericolo diverso: l’insidia alla propria area d’influenza; la confisca dello spazio di trattativa con la destra; l’uomo troppo addentro alle faccende economiche per poterlo aggirare; il cattolico per nulla subalterno ai vescovi…
Di fronte a questa ipotesi i signori della guerra, i capi clan, all'interno del Pd hanno dissotterrato l'ascia di guerra ed hanno lanciato "missili a testata multipla", per dirla con le stesse parole di Bersani, che hanno affondato Prodi.
Menzogna e politica è un abbinamento letale e la bugia ha si silurato la candidatura Prodi ma ha reso inaffidabile il Pd di fronte al suo elettorato. Sul governassimo voluto da Napolitano e osteggiato fino a ieri con falsa unanimità dal Pd, va a frantumarsi un gruppo dirigente incapace di dirsi la verità.

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