Pietro Occhiuto

Pietro Occhiuto

domenica 19 maggio 2013

La piazza di Roma chiede alla sinistra di cambiare. E lo chiede anche alla Fiom

Ha ragione Nichi Vendola quando dice che uno di sinistra, se non viene al corteo della Fiom dove altro deve andare?
E di donne e uomini di sinistra ieri in piazza a Roma ce ne erano tante, circa 60mila, anche se meno di altre volte. Tra le tante e i tanti non c'era però il Partito Democratico se non con la presenza "a titolo personale" di alcuni suoi esponenti di primo piano: Matteo Orfini, Sergio Cofferati e Pippo Civati. Ma il partito, ufficialmente, non c'era. Ed è proprio questa assenza che ha fatto rumore, più rumore degli slogan urlati.
Un partito di sinistra che non sta accanto a quelle persone, lavoratori, esodati, giovani, molti dei quali, forse la maggioranza, elettori del Pd, che chiedono alla politica di mettere davanti a tutto il lavoro, rischia di aprire una vera e propria scissione tra se stesso e la propria base si riferimento.
Già il dato elettorale di febbraio aveva sancito che gli operai hanno preferito altri schieramenti al Centrosinistra, l'assenza di ieri da parte del Partito Democratico rischia di aprire ancora di più quel solco che c'è tra il maggiore partito della sinistra e quelli che dovrebbero o potrebbero essere i suoi militanti.
E Maurizio Landini, leader delle tute blu della Cgil, non le ha mandate a dire al Partito Democratico: "Come si può stare al governo con Berlusconi e avere paura di essere qui? In questa piazza? Con la parte migliore del Paese?”.
La piazza di ieri ha detto che la ricostruzione della sinistra deve passare assolutamente dal sentimento di quella piazza stessa e dal fatto che bisogna mettere prima di tutto il lavoro. Allo stesso tempo però la piazza di ieri parla alla stessa Fiom.
Ieri a manifestare c'era meno gente di altre volte, segno di una stanchezza che ormai da tempo pervade gli stessi lavoratori metalmeccanici i quali vedono e vivono tutte le difficoltà di una strategia, quella messa in atto dalla Fiom, che sempre meno riesce a tutelare gli interessi dei lavoratori.
Nei giorni scorsi, infatti, il Tribunale civile di Roma ha respinto il ricorso depositato dalla Fiom-Cgil contro Federmeccanica, Fim e Uilm per la violazione, con la sottoscrizione dell'intesa separata e con l'esclusione della Fiom-Cgil dal tavolo delle trattative, dell'accordo interconfederale del 28 giugno 2011.
Molti, anche all'interno della Fiom, hanno giudicato quantomeno inopportuna la strada giudiziaria intrapresa dalla Fiom negli ultimi anni e la sentenza emessa l'altro giorno dal Tribunale di Roma dovrebbe rappresentare per le tute blu della Cgil l'occasione per aprire una profonda revisione della strategia che parta dalla presa d'atto che la via giudiziale non può continuare ad essere lo strumento principale per mettersi alle spalle una stagione di divisioni, di accordi separati che, oggettivamente hanno peggiorato le condizioni materiali di vita e di lavoro dei metalmeccanici.
Serve aprire una fase nuova e diversa dove si capisca una volta per tutte che la pratica negoziale unitaria continua ad essere l'unica modalità che consente di rappresentare e tutelare al meglio gli interessi dei lavoratori. Lo slogan che ieri apriva il corteo di Roma, "Non possiamo più aspettare", sta diventando paradossalmente l'esortazione che i lavoratori metalmeccanici indirizzano alla stessa Fiom affinchè riconquisti quella primazia che le è propria.
Ed un'opportunità ai metalmeccanici viene fornita dall'accordo sui temi della rappresentanza e della democrazia definito il 30 aprile tra Cgil, Cisl e Uil.
La Fiom deve investire molto su quell'accordo affinchè diventi un testo che sia condiviso anche con le associazioni delle imprese, Confindustria in testa.


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